L’arrivo in Sierra Leone

E’ un paese disorientato quello che mi accoglie all’arrivo, in un aeroporto deserto. la presenza di Ebola si legge fin dai primi passi fuori dallo scalo. Vengo accolto da acqua clorinata per lavarsi le mani, materiale informativo sull’infezione, check point sanitari appena dopo i controlli doganali. La macchina della prevenzione al primo impatto pare ben rodata funzionante, ma resta nell’aria una sensazione d’attesa, di timore e incertezza. l’infezione ha trovato una breccia tra le ferite di un paese sovrastato da problemi profondi, con un sistema sanitario fragile e impreparato ad un compito così grande come combattere quest’epidemia senza precedenti. Sono donne e uomini forti e motivati quelli che stanno portando avanti la quotidiana battaglia contro il virus ma ogni giorno si confrontano con enormi difficolta tecniche. Clara che è gia’ da tempo in Sierra Leone mi ha detto che è molto peggio nelle aree più periferiche come Pujehun, dove le vie di collegamento tra una miriade di piccoli centri sparsi sul territorio sono al limite della praticabilità. In questa foto che ha mandato qualche giorno fa si vede bene cosa voglia dire combattere l’Ebola in queste condizioni: il materiale di trattamento e di protezione per il Centro di Salute di Zimmi , il più vicino all’attuale focolaio d’ebola, arriva solo attraversando il fiume Moa a bordo di una barca a remi.

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Sembra una lotta impari, quella tra la rapidità di diffusione del virus e la lentezza a cui si è costretti anche fornire servizi sanitari di base. Il grande rischio è che l’apparente insormontabilità degli ostacoli porti rassegnazione. Vorrebbe dire un’altra porta aperta per Ebola…

Matteo Bottecchia

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